Islanda 2014

Prima di partire per l’Islanda consideravo questo viaggio una vacanza, ora posso dire che mi sbagliavo. Di solito la vacanza è sinonimo di relax, mentre l’Islanda è stato l’opposto, imprevedibile e intensa, di una intensità fisica ed emotiva. Non riesco a definire meglio il mio viaggio e l’Islanda stessa se non con il termine di Intensità.

Fisicamente è stata una prova durissima, ho ed abbiamo patito dolori muscolari di ogni tipo. Il primo giorno è stato incredibile, sembrava di essere atterrati su un altro pianeta, un terreno totalmente diverso da quello italico. Incredulità era la sensazione dominante, ma non c’era tempo, già ci aspettavano i primi 100 km e cosi, montate e caricate le bici, è iniziato il nostro viaggio. Ricordo il primo giorno come il più duro, psicologicamente devastante : l’Islanda, dopo un po’ di sole, ci ha dato il benvenuto con pioggia e una miriade di salite abbastanza impegnative. Passati i primi 80 km era già sera e, forse per l’euforia, non avevo mangiato molto, cosi sono iniziati i primi sintomi dell’ipotermia. Ho dovuto pedalare l’ultima ventina di km senza sosta, per tenermi caldo. Una volta arrivati al camping ed essermi riscaldato, non stavo affatto bene, ricordo quello che pensavo : ”chi me lo ha fatto fare?”. Quella sera a malapena muovevo le gambe, temevo che il mio viaggio fosse già finito. All’alba del secondo giorno al contrario mi sentivo determinato e pronto a continuare nonostante i dolori; ho continuato a pedalare e il premio è stato Seljalandsfoss, la cascata selvaggia. Arrivarci non è stato facile, perché a 30 km dalla cascata ha iniziato a soffiare un vento fortissimo, cosi forte da far saltare più di una volta la catena della bici. Sembrava di pedalare contro un muro, costantemente vedevi la meta ma arrivarci sembrava impossibile. Questo è stato il primo assaggio dell’intensità del vento islandese. Seljalandsfoss è stupenda, ma personalmente sono stato colpito da una più piccola cascata nelle immediate vicinanze : Gljufurarfoss, la cascata nascosta che cade all’interno di una grotta, visibile solo una volta entrati. Una delle cose che più mi ha impressionato di fronte a questa cascata è stata la mia stessa sorpresa : entri nella grotta e non ti aspetti una simile bellezza; e allo stesso modo sono rimasto sorpreso dalla mia capacità di reazione. Nonostante dolori, per i quali a casa sarei rimasto a riposo per settimane, qui continuavo a pedalare. Ho imparato che lo sport non finisce quando il corpo è esausto, ma solo se molli di testa.

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Jokulsarlon, famoso lago di origine glaciale

E così per la prima volta mi sono trovato ad utilizzare per pedalare più la testa che i muscoli. Ricordo quasi con nostalgia quel momento quando mancano ancora 30-20 km in cui smetto di godere del paesaggio, abbasso la testa e pedalo. Fisicamente non ne ho più, eppure continuo ad andare, trascinato da una forza emotiva, dalla mia motivazione. Tutto il dolore, la fatica, l’adrenalina, hanno reso ancor di più il paesaggio imponente. Come il terzo giorno quando ci siamo trovati difronte a Skogafoss, una imponente cascata, che nasconde dietro di sè altre cento cascate. La prima sensazione che ho provato nel vedere tali paesaggi è di dislocamento, sembrava di essere su di un altro pianeta, meraviglioso, imponente e inospitale, dove l’uomo è di troppo. E’ incredibile la varietà dei paesaggi islandesi, nel prosieguo del nostro viaggio abbiamo trovato enormi ghiacciai come il Vatnajökull quarto per estensione al mondo, enormi distese verdi come il parco del Pingvellir, deserti rocciosi di color nero altre volte dorato, laghi e lagune glaciali, spiagge sconfinate dalla sabbia nera, imponenti montagne, minacciosi vulcani tra i più attivi al mondo, campi di lava coperti da muschio e licheni e affascinanti cascate come Goðafoss, la cascata degli dei, nome nato da una leggenda. Questa narra che nel periodo in cui il cristianesimo divenne la religione ufficiale(anno 999) vennero gettate nella cascata le statue degli dei nordici. Anche se già in precedenza gli antichi abitanti dell’Islanda la consideravano sacra poiché nei tre getti principali vi vedevano rappresentata la sacra triade: Odino, Thor e Freyr. Ma la mia cascata preferita è Dettifoss, la più grande cascata d’Europa. L’atmosfera di questa cascata è unica : sita nel deserto roccioso la sua acqua è nera, l’atmosfera che la circonda é cupa. Non a caso è detta la cascata dell’Acqua che Rovina, visto la sua potenza. Vederla in prima persona è stata una sensazione unica : ho provato meraviglia mista a paura. Ammirare questi scenari dopo aver pedalato km e km è unico, la bici ti permette di vivere il viaggio in prima persona, di sentire il territorio intorno a te nel bene e nel male. Vento e pioggia sono forti come mai avevo visto, e per lo più io e Danilo affrontavamo tutto questo in bici. Più volte è successo che il vento mi abbia fatto cadere o scaraventato fuori strada. Il Vento rappresenta l’intensità del mio viaggio e dell’Islanda, un territorio potente e libero.

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L’immenso ghiacciaio Vatnajokull, il più grande d’Europa

Ma questo viaggio non è stato solo natura o sport, è stato anche ricco di conoscenze uniche. Chi affronta l’Islanda in bici o a piedi ha sempre una storia da raccontare, e nel mio piccolo descriverò parte di queste storie. La prima persona che abbiamo incontrato è Fulvio Silvestri, un Italiano, con due passioni: bici e fotografia.  Così gira il mondo, scattando foto uniche. Di lui mi ha colpito la storia, anche lui come me si è avvicinato alla bici dopo un infortunio, credo rappresenti la voglia di continuare a vivere, di non arrendersi all’imprevisto ma di trasformarlo in una possibilità. E’ stato molto importante per il prosieguo del nostro viaggio, avendoci dato consigli utili nel percorrere l’Islanda in bici, anche se si poteva risparmiare quello sugli uccelli che aggrediscono i ciclisti : ho passato il viaggio a guardarmi le spalle.

Conoscenza eccentrica quella di Costantine, russo, da banchiere a cicloviaggiatore nel tempo libero. Ricordo con affetto la sua frase tipica ‘you are crazy’ (ci definiva pazzi perché percorrevamo troppi km al giorno contro i suoi 50km), a cui noi rispondevamo insieme a Fulvio : ”ma siamo italiani, è normale”. Sorvolando sulla passione di Costantine per la musica di Sanremo (Pupo in particolare), ci ha bacchettato per il resto della serata su ogni cosa. Un momento unico è stato quando lo abbiamo rincontrato ad akureyri : nonostante avessimo preso una strada di 600 km più lunga della sua siamo arrivati prima. Quella sera ci disse : ”adesso che siete qui so che tornerete a casa.”. Io non sono scaramantico, ma una grattatina me la volevo fare. Fatto sta che nei giorni seguenti : Danilo ha bucato, a me si è infiammato un muscolo il penultimo giorno, e le nostre tende hanno subito l’attacco di un cane l’ultimo giorno! Ma Costantine il nostro affetto nei tuoi confronti non è cambiato, fidati. La persona più particolare che abbiamo conosciuto è un inglese, di cui non ricordo il nome, essendo molto schivo forse non ce l’aveva detto. Quest’ uomo di mezza età o più viaggia senza sosta da 6 anni e attraversa i paesi camminando con una media di 40 km al giorno. Ma la sua particolarità sta nella scelta delle destinazioni, viaggia solo nei paesi che iniziano con la lettera i, tra questi l’Iran che non é certo una “passeggiata”; e se gli chiedi il perché di questa scelta ti risponde : “perché no?”. Nella sua irrazionalità è in realtà molto razionale, pianificando nei minimi dettagli i propri viaggi.

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Fulvio e Costantine

Eroico Juan Menendez Granados, nome che dovrebbe essere noto essendo stato il primo e unico uomo a percorrere in bici il polo sud. Oltre 1200 km in 46 giorni con una media di 30 km giornalieri. Juan ha resistito a temperature di -40°. Parlando con lui ho capito ancor di più quanto i cicloviaggi estremi richiedano una grande resistenza mentale. Spesso questo sport viene scambiato erroneamente per una vacanza, invece richiede sforzi fisici e mentali enormi che, nonostante pratichi atletica a livello agonistico, mai mi sarei aspettato. Juan ha raggiunto il suo obiettivo nonostante gli ultimi 4 giorni fosse rimasto a corto di viveri. Conoscere Juan dopo l’esperienza islandese è stato importante e per lui nutro grande rispetto. In questo mio viaggio raffigura la Tenacia, è uno che non molla e che per permettersi la sua passione lavora 16 ore al giorno, per “un mese di vita”.

Ultime persone che voglio menzionare non sono sportivi, ma ci hanno salvato, se non la vita, da parecchie sofferenze. Stavamo attraversando la kjolur o F35, strada durissima e non asfaltata, in un deserto roccioso dove non c’è nulla. Deserto incredibile i cui colori passano dal nero al dorato al marrone, è circondato da ghiacciai in un contrasto meraviglioso ma che lo rende freddo e inospitale. Fortuna vuole che, ormai a 20 km dalla fine del deserto, Danilo buca in maniera irreversibile. Inutile è stata l’ora spesa nelle riparazioni e stando fermi il freddo iniziava a farsi sentire tanto che, infreddolito, ho cominciato a correre per riscaldarmi. Visto che piantare una tenda in un deserto roccioso non è certo facile, l’unica speranza era che qualcuno passasse di li. Dopo un’ora di jogging ecco comparire un 4×4, ma non ci fila, poi 20 minuti dopo ecco un camper, si un camper sulla kjolur e per di più alle 9 di sera. Rimembrando il mio passato da centometrista, scatto verso il camper e queste due persone gentilissime ci caricano e trasportano al camping più vicino (30km) senza remore. Sono una coppia di Islandesi che amano il viaggio e la fotografia, Einar Gudmann e Gyda Henningsdotti, sono stati anche in Italia e in Nuova zelanda, ed ora giravano il proprio paese per un reportage fotografico. Ricordo quei 30 km in camper con calore, non per il caldo all’interno del mezzo ma per la piacevole conversazione con questa coppia. Tuttora la ricordo con molto affetto e scesi al camping ci siamo salutati con un abbraccio e con una foto fatta da me, a parere di Gyda non correttamente messa fuoco, che conserverò con cura ricordandomi che non tutto il male vien per nuocere.

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Questo viaggio è stata l’esperienza della mia vita, in due settimane ho provato ogni emozione immaginabile, ho provato rabbia quando il vento ti rallenta, frustrazione quando affronti le famose salite verticali islandesi (in Islanda ancora non hanno inventato i tornanti), euforia nella conseguente discesa anch’essa verticale, si potrebbe definire le strade islandesi come delle montagne russe. Ho provato affetto per le persone conosciute, interesse per le loro storie, dolore per le cadute dalla bici, coraggio nel rialzarmi, infatuazione e si! le islandesi sono carine, paura per l’attacco del cane, divertimento tirando le somme della giornata con Danilo, stupore nel sentirmi diverso, speranza nei momenti difficili, meraviglia negli occhi, tenerezza per i bambini che giocano col niente, passione questa ce l’ho messa io, esasperazione i primi giorni, entusiasmo ogni mattina, isolamento nel deserto ma mai solitudine, felicità per una zuppa calda, ansia all’alba dell’avventura e nostalgia al tramonto dell’avventura. Ho provato estasi nel momento più incredibile del viaggio, quando alle 23:30, dopo 120 km percorsi con ancora 20 da farne, stanchi, infreddoliti e scarichi attraversiamo un ponte di terra di 2 km, con il mare alla destra e a sinistra un lago color verde ricco di fiori che culminava con un enorme ghiacciaio. E in quell’esatto momento una luce fortissima ha arrestato il nostro pedalare, una luce riflessa dal ghiacciaio mentre il sole vi tramontava dietro. La luce si rifrangeva sulle acque circostanti creando colori unici e regalandoci quel tramonto di mezzanotte che ha ispirato il nostro blog. Siamo rimasti li i 3 minuti che è durato e fatica e freddo sono spariti, nel viaggio che è stata l’esperienza più bella della mia vita quelli sono stati i 3 minuti più intensi : più intensi del vento potente e libero dell’Islanda.

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Tramonto di mezzanotte

 

 

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